Bepi Modolo e Sante
Bepi Modolo e Sante,
maestri nell’affresco
a cura di Giovanni Pilotto
Il Museo Diocesano di Vicenza ha dedicato una retrospettiva monografica “La pittura di Bepi Modolo. Una vita dedicata all’arte” (Mostra aperta dal 18 Ottobre 2014 all'11 Gennaio 2015) al pittore del ciclo di affreschi della nostra arcipretale: Bepi Modolo (Mareno di Piave 1913 - Creazzo 1987).
La mostra è nata con l’intento di celebrare il centenario della nascita, esponendo settanta dipinti che tracciano in maniera significativa il percorso artistico del pittore.
San Pietro in Gu ha celebrato questo importante artista vicentino in varie occasioni: lo ha fatto dapprima in occasione dell’inaugurazione del ciclo di affreschi, pubblicando il saggio “Fede e Arte nella chiesa arcipretale di San Pietro in Gu”, Domenica 2 ottobre 1960.
In un secondo momento con la mostra “De perceptionibus animi”. Colori, forme e parole nell’arte di Bepi Modolo, voluta dall’Amministrazione Comunale nel dicembre del 1995 e, infine nel 2007 col saggio inserito nel volume “San Pietro in Gu - Una comunità e la sua chiesa”, in occasione del centenario della fondazione della nostra chiesa.
Chi viene a San Pietro in Gu per la prima volta resta sempre impressionato dalla monumentale architettura esterna della nostra arcipretale, e interna, così ariosa e luminosa, scandita dal ciclo di affreschi del Modolo. Tutti noi, quando entriamo in chiesa, non possiamo fare a meno di volgere uno sguardo in alto, e, con occhio più o meno attento, leggere le scene che illustrano il Credo, con i loro vivaci e luminosi colori.
Personalmente sono estasiato da come il pittore ha raffigurato il volto di Maria, quasi sempre di profilo, come a voler evitare qualsiasi ombra, e affidare alla pura luce del colore la sua sacra bellezza.
Bepi ha avuto al suo fianco, da maggio a ottobre del 1959, Sante Munari (classe 1931) che lo ha supportato nella fatica. Certo, l’affresco non è una tecnica semplice e richiede grande competenza. Tecnica desueta, fu riscoperta da molti artisti a partire dal primo dopoguerra e fin dentro gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso: è il tempo del “ritorno al mestiere” tanto invocato a Giorgio de Chirico, il tempo del recupero di quella manualità che intenzionalmente mette in disparte la pittura di cavalletto per la pittura murale. Emblematico a tale riguardo il manifesto pubblicato da Mario Sironi nel 1933: Manifesto della pittura murale, nel quale l’artista rivendica questa antica arte. Peraltro negli affreschi del Modolo si può apprezzare una monumentalità di forme, una invadenza plastica che suggerisce proprio uno sguardo alla pittura di Sironi, ma anche ad un precedente illustre, Ubaldo Oppi, autore degli affreschi della chiesa arcipretale di S. Maria a Bolzano Vicentino, realizzati a partire proprio dal 1933.
Ma che cos’è un affresco? L’affresco è una pittura che si esegue in un fondo di intonaco ancora bagnato, fresco appunto, il quale in seguito all’essiccazione ingloba i colori, che per effetto della carbonatazione della calce diventano resistenti nel tempo, addirittura per millenni. L’intonaco è così composto: prima si stende un primo strato grossolano detto arriccio, poi uno strato più fine detto tonachino. Su questa base si riportano le figure con la tecnica dello spolvero, dapprima disegnate su cartoni e poi trasferite con il tampone di carbone sulla parete umida. Il disegno riportato viene quindi leggermente inciso con una punta metallica, per evitare che il colore esca dai bordi. Si passa quindi alla stesura del colore, generalmente tempera, finché il fondo è ancora umido. Si prepara infatti tanto intonaco quanto il pittore riesce poi a ricoprire con la pittura, generalmente il lavoro di un giorno o due.
Sante mi ha raccontato, di persona e con una certa trepidazione, il rapporto che lo legava a Bepi. Lo descrive come una persona cordiale, pronta alla battuta se necessario, ma altrettanto severa e determinata quando si trattava di lavorare. Egli i ha raccontato che l’artista iniziava presto al mattino, alle ore sei, e continuava per tutto il giorno, e anche la notte se necessario. Sante aveva il compito di preparare e poi stendere l’intonaco sulla parete dei riquadri, ma anche di eseguire i lavori più delicati come lo spolvero. La calce per l’intonaco non doveva avere meno di due anni, altrimenti rifioriva, e l’intonaco doveva avere la consistenza giusta per mantenere a lungo l’umidità e ricevere bene i colori. Per preparare lo spolvero egli stendeva una coperta su di un banco della chiesa e con pazienza bucherellava il contorno delle figure disegnate su di una carta per poi, con il carbone, trasferirle sulla parete. Al pittore spettava il compito di stendere il colore e lo aceva, come asserisce Sante, con tanta pazienza e determinazione. Per le figure più grandi ci impiegava anche due giorni, e ci metteva così tanto impegno che la sua fronte si ricopriva di sudore. Si rinfrescava con l’acqua pulita di un secchio, portato da Sante. Bepi raccomandava poi a Sante di non mescolare i pennelli perché diceva sono come gli Ebrei ed i Samaritani, si uccidono tra di loro, ovvero non potevano essere raccolti insieme pennelli di materiali (setole), forme ed utilizzo diversi, altrimenti potevano sporcare e compromettere la stesura di ogni singolo colore.
Tutti i lavori erano sorvegliati dall’occhio vigile di mons. Bortolo Castegnaro che si recava in chiesa ogni giorno. Il Castegnaro spronava continuamente l’artista, che era costretto lavorare anche di notte per terminare il lavoro nel tempo stabilito. A pranzo era ospite in canonica, perché il Monsignore temeva che, se fosse tornato a casa, a Creazzo, avrebbe perso troppo tempo. Il bravo Sante era poi spesso chiamato da Giuseppe Bigarella per andare a lavorare nella sua impresa edile, ma Bepi faceva di tutto perché rimanesse con lui tutto il tempo, perché il suo lavoro era troppo prezioso. Gli otto mesi di lavoro di Bepi e Sante hanno consegnato a San Pietro in Gu un capolavoro dell’arte sacra vicentina, capolavoro che dobbiamo essere orgogliosi di custodire nella nostra arcipretale.
A tale scopo non posso fare a meno di ricordare l’affresco che si sta tristemente rovinando e che tutti possiamo scorgere in alto a sinistra dell’abside.
Pericolose rifioriture di umidità (efflorescenze saline) stanno rovinando le figure, a causa della pioggia infiltrata dal tamponamento della finestra ad oculo che c’era in origine. Speriamo che si possa in tempi brevi mettere mano ad un avveduto restauro, facendo memoria della celebre frase del poeta romano Plinio il Vecchio: tutte le migliori cose si ebbero allora, quando meno risorse v’erano (Naturalis Historia, XXXV - 50).
